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CASSIS FARAONE

foto di Cassis Faraone
foto di Cassis Tecla

di M. GB. Altan

A questo punto entra nella storia di questo nostro centro friulano un personaggio, a dir poco, pittoresco, attraente e sconcertamente insieme.

Se non parlassimo di una persona realmente e storicamente esistita, potremmo pensare di averla tratta dalla fervida fantasia di qualche facondo scrittore.

Dopo la soppressione dell'ordine gesuitico operato in tutt'Europa e oltre, il possedimento di Precenicco venne ad essere acquisito da un orientale, dal nome di Antonio Cassìs Faraone.
Egli era nato a Damasco, in Siria, nel 1745.

Più propriamente il suo nome era Antonio Faraone, cognome al quale aveva aggiunto la dizione Cassìs, in quanto proveniente da una famiglia, pare, musulmana di "cassìs", ossia preti secolari.
In seguito il Cassìs si era convertito al cristianesimo ortodosso e per le sue doti di intelligenza, simpatia e talento nelle questioni finanziarie, era entrato nelle grazie dei "Bey" d'Egitto, che forse contando sull'impressione favorevole di questa vera e propria abiura dalla fede musulmana a quella cristiana, presso gli ambienti occidentali lo aveva fatto rapidamente salire i gradini degli ambienti governativi egiziani sino a nominarlo grosso funzionario nel ministero degli esteri.
Ma non solo.
A trentacinque anni, gli fu attribuita la carica di "gran doganiere", vale a dire ministro delle finanze; responsabilità che lo metteva in comunicazione con i porti e le capitali commercialmente e finanziariamente, più importanti di tutto il Mediterraneo.
Sin a questo periodo l'Egitto era un mercato tra i più tranquilli per Venezia, in quanto per secoli la Serenissima ha tenuto in mano gli ambienti mercantili e bancari egiziani.
Ma Trieste aveva avuto, quale punto franco, delle grosse franchige doganali, da permettere condizioni favorevoli a possibili nuovi operatori commerciali.
I fratelli Baldassare e Carlo Rossetti assieme al commerciante di origine armena Teodoro Zaccàr, riuscirono ad accattivarsi i favori di questo nuovo influente personaggio, ministro delle finanze.
A prescindere dai fratelli triestini, probabilmente ebbe una grossa influenza lo Zaccàr nativo, come il "gran doganiere", di Damasco.
Questi influenti e spregiudicati triestini prospettarono al Cassìs i grandi vantaggi e guadagni che si potevano ottenere investendo nel porto triestino e le possibilità di entrare con dei capitali in una grande compagnia commerciale, marittima, assicurativa e bancaria protetta, oltreché finanziata dallo stesso "tesoriere" del Bey d'Egitto.
Antonio Cassìs Faraone fu assai allettato da questa serie di proposte.
I fratelli Rossetti e lo Zaccàr gli offrono quindi un pacchetto di azioni nella "Compagnia privilegiata per il commercio con l'Egitto", compagnia della quale anzi, il Cassìs divenne il principale finanziatore, facendo mutare anche la denominazione alla stessa che si chiamò "Belletti, Zaccàr & C. ".
Con il grosso apporto finanziario dato dal Cassìs questo organismo finanziario divenne il principale nel porto di Trieste, con un netto predominio sulle compagnie concorrenti non solo, ma fu un'enorme operazione imprenditoriale che consegnava una grossissima fetta di commercio con l'Oriente. In questo modo fu anche un'azione che ebbe delle grosse ripercussioni politiche.
Il successo dei triestini era anche una vittoria dell'impero asburgico sulla languente rivale Venezia che era stata sin allora la monopolizzatrice verso il porto di Rialto dei movimenti commerciali del Bey d'Egitto con gli "indotti", quanto meno della Palestina e Siria; movimenti commerciali, come s'è annotato, dirottati oramai verso lo scalo giuliano.

Carlo Rossetti che, oltre ad essere un imprenditore estremamente intelligente e certamente spregiudicato, era anche "governatore generale dell'impero", doveva avere agito di concerto con gli ambienti finanziari viennesi, circa la possibilità di potere acquisire tali correnti commerciali d'Oriente.

Il quadro attorno al quale costruire l'adesione per Trieste del Cassìs era stato prospettato certamente anche all'imperatore Giuseppe II d'Asburgo, il quale, per dare maggiore forza al vincolo Cassìs-Trieste nel 1783 lo investì della dignità di conte del Sacro Romano Impero.
Nello stesso anno si verificò un fatto inaspettato.
Il Cassìs è costretto a fuggire dall'Egitto.
Questa parte della sua vita non fu mai interamente chiarita.
Si parla di una congiura di palazzo, intesa a deporre il Bey, al quale il Cassìs era molto legato.
Altre "voci" dicono che in questa rivolta contro il Bey il Cassìs fosse implicato.
Qualche funzionario assicura che fu il Bey stesso a consigliare il Cassìs di portarsi fuori dall'Egitto, in quanto con le sue operazioni finanziarie e le grandi ricchezze accumulate egli si era creato molti nemici.
Può anche essere che l'avere abiurato alla fede musulmana per abbracciare quella greco-ortodossa gli avesse ferocemente inimicato la gerarchia musulmana molto potente nel regno egiziano.
Ma sebbene ci potesse essere di tutto un po' di quanto illustrato, pensiamo che sia stata la ragione della sua fortuna finanziaria a nutrire una schiera di nemici; numerosi a tal punto da consigliarlo ad emigrare in Europa.
Che fosse decaduto dalla stima del Bey suo signore, è improbabile, se si pensa che al suo posto di "gran doganiere" fu nominato suo fratello.

SeAntonio Cassìs Faraone avesse mancato in qualche modo nella sua carica, certamente il sovrano egiziano non l'avrebbe, poi affidata al fratello.

Tutte queste dicerie malevoli per altro, pare avessero un'unica fonte, quella veneziana.
E questo si spiega data la disgrazia per le sorti commerciali veneziane in seguito alla perdita irrimediabile della "piazza" d'Egitto.
Venezia giurava che il "gran doganiere" Antonio Cassìs Faraone era fuggito con la "cassa" del sultano suo sovrano.
Ma la sua emigrazione dall'Egitto, doveva essere stata, in qualche modo "prevista", in quanto si sa di certo, che il Cassìs aveva da tempo depositato grosse somme di danaro in diverse banche d'Europa; di sicuro a Trieste, Livorno, Marsiglia ed a Roma.
Comunque, nel 1783, egli partì con una nave appositamente noleggiata dall'Egitto, assieme alla sua seconda moglie Tecla di Moisé Ghebara, due figli di primo letto e "pare", con la cassa erariale egiziana, cassa alla quale si stava interessando tutta Europa.
La scelta della sua residenza non fu immediata, ma in un certo modo lungamente ponderata.
Egli scelse Trieste nel 1786, quindi solo dopo tre anni.
È assodato che una volta giunto nel porto triestino, il Cassìs, data la sua fama di affarista straordinario fornito di un grossissimo capitale di contante, fosse letteralmente assediato da commercianti ed imprenditori, triestini e no, i quali gli prospettavano ogni sorta di affare.
Ma il Cassìs era persona accorta, dall'istinto tipicamente orientale, teso al calcolo ed alla prudenza doti d'obbligo in quelle circostanze.
Con il tramite del "governatore generale dell'impero", Carlo Rossetti, lo aveva fatto avvicinare all'imperatore Giuseppe II d'Asburgo, che, oltre a ricorrere alla cassa opulenta del Cassìs (in cambio dei debiti interessi s'intende) lo aveva inserito nel circuito bancario-finanziario dell'impero austriaco, con risultati, oltreché qualificanti, estremamente remunerativi.
Della misura degli interessi dispiegati dal Cassìs in questo periodo, a mezzo della sua influenza presso l'imperatore d'Austria, si sa di operazioni con il fratello dell'imperatore, il granduca Pietro Leopoldo d'Asburgo di Toscana, con intersezioni bancarie anche nello stato pontificio.
Il Cassìs non lesinò, e con sapienza circostanziata, prestiti a questi illustri personaggi (considerata la ricorrente penuria di danaro in quegli anni), ottenendone in cambio, grosse agevolazioni in compravendite fondiarie ed immobiliari e titoli nobiliari.
Fa veramente specie osservare come questo musulmano convertito fosse accarezzato dei principi cristianissimi d'allora.
Fu creato due volte cavaliere di prestigiosi Ordini cavallereschi, tre volte conte, due volte consigliere imperiale, tre volte patrizio; infine "Procuratore pontificio della Sacra Congregazione di Propaganda di Santa Romana Chiesa".

Ma tutta questa sequela di onorificenze non lo fece demordere dai suoi aviti costumi.
Vestì sempre, o quasi, all'orientale, non deponendo mai il turbante.
I ritratti del Cassìs e di sua moglie Tecla, resi dall'autore in una pungente introspezione psicologica che ci dà la sensazione di trovarci di fronte a personalità tremendamente sconcertanti, ne sono la testimonianza.
Si può assicurare che la presenza del Cassìs nell'emporio portuale triestino, e con fondamento, sia stata estremamente interessante e che la sua impronta - anche se i documenti interamente non lo affermano - fu profonda nel campo commerciale-finanziario-imprenditoriale dello scalo giuliano, con risvolti non sopprimibile anche nel campo sociale ed architettonico di Trieste.
La sua abilità affaristica fu incredibile ed incessante, condizionata dal tema di fondo il quale tendeva a condurre nelle sue casse, con affari più disparati, la quantità più possibile alta, di danaro.
Proverbiale fu la maniera con la quale arrivò alla costruzione del "Teatro Comunale di Trieste"; il modo con il quale si procurò una splendida residenza sempre a Trieste, già di proprietà di Ambrogio von Strohlendorf, conosciuta oggi come "Villa Necher", nel 1790 .
Nel quadro di questi, a dir poco vorticosi, interessi, egli si era rivolto, nell'ambito degli stati austriaci ad investimenti di carattere fondiario.
Dopo la soppressione della Compagna di Gesù, Precenicco era ricaduto in mano dell'amministrazione militare, in un primo tempo, e poi nel 1787 in quella del "fondo di religione" con lo scopo di sovvenzionare alcune parrocchie versanti in particolare stato di bisogno, nel 1789 viene posta all'incanto e si presentò un compratore.

Era Antonio Cassìs Faraone, il quale trattò l'acquisizione del possedimento precenicchese con il commissario di Trieste all'uopo deputato, il conte Filippo Francesco de Roth.
Il prezzo indicato per tale transazione, in base ad una stima fatta nel 1787, fu di 125.000 fiorini austriaci.
L'imperatore approvò la vendita con un suo "Rescritto" (decreto imperiale) con la data del 17 luglio 1789 e con il medesimo "Rescritto" dichiarava la ex signoria gesuitica di Precenicco eretta in "contea" e conferendo al compratore la facoltà di utilizzare il titolo di Conte di Precenicco.

Il seguito dell'affascinante rapporto di Cassìs con Precenicco, nel volume edito dall'Amministrazione Comunale.